Riflessioni sulla Riforma Costituzionale

di Giovanni Tonella

 

1. La campagna per la riforma costituzionale è partita. I comitati, del no e del sì, sono in movimento, raccolgono firme, motivano le loro scelte, cercano di convincere i cittadini. L’Italia sarà chiamata a confermare o meno la riforma costituzionale riguardante la seconda parte della costituzione: il testo recita: “Superamento del bicameralismo paritario e revisione del Titolo V della Parte seconda della Costituzione”: la riforma si caratterizza appunto a) per il superamento del bicameralismo paritario, differenziando le funzioni di Camera e Senato, mutandone anche la sincronia elettiva, e rendendo la maggior parte del processo legislativo monocamerale e b) per una revisione del Titolo V, che nella sostanza rafforza la dimensione nazionale ricentralizzando rispetto alla logica federalista della riforma del 2001: scompaiono le materie concorrenti e viene riconosciuta una clausola di interesse nazionale. Questo in sintesi. Ma procediamo con ordine, a) affrontando alcune questioni di fondo, utili per inquadrare la riforma e b) procedendo ad un’analisi del testo più approfondita.

2. La riforma nasce per diverse ragioni: ne individuo tre. In primo luogo definiamo un punto di partenza che chiarisce la dinamica delle politiche pubbliche. Il punto centrale è come si forma una agenda politica: si individua un problema per risolvere altri problemi e diventa progressivamente tema di una decisione, che si realizza quando il network decisionali e gli attori coinvolti ne hanno la forza e l’opportunità[1]. Da questo punto di vista già dentro la storia repubblicana la consapevolezza della necessità di una riforma, soprattutto della seconda parte, oppure l’idea di produrre l’occasione di legittimare la proposta politica di un partito proponendo questa necessità (due questioni che sono ovviamente diverse e che attengono a due approcci differenti, ma forse ambigui e intrecciati) erano presenti. Si potrebbe dire che nella discussione politica l’opzione della riforma costituzionale era presente già nella cosiddetta Prima Repubblica (quella dei partiti della costituzione repubblicana), ed è poi diventata all’inizio della Seconda Repubblica (caratterizzata da un mutamento del sistema politico e dalla nuova legge elettorale, funzionale ad una democrazia dell’alternanza) una vera e propria proposta politica operativa, sia da parte dell’Ulivo[2] – era nel programma – (già lo era nel programma dei Progressisti, o meglio dire del PDS[3]), sia poi da parte del centrodestra berlusconiano (si consideri l’effettivo cambiamento durante il secondo Governo Berlusconi)[4]. La riforma del Titolo V del 2001 è un esito in parte del progetto fallito della Bicamerale di D’Alema. La seconda ragione la potremmo definire come il progressivo intrecciarsi di questo ordine del giorno con l’europeizzazione della politica nazionale: sempre di più con il processo di integrazione europeo, con lo stringersi dei vincoli di bilancio della UE e soprattutto dell’area della moneta unica, un certo tipo di riforme costituzionali sono richieste come ordine di policies coerenti con il disegno europeo[5]. La riforma costituzionale, in un certo senso, è definita da criteri funzionali alle necessità delle decisioni di bilancio ed economiche richieste dal Patto di stabilità e crescita e in generale dal processo politico sovranazionale: questo terreno produce da parte dell’attore nazionale dei vincoli, ma anche delle occasioni per giocare la riforma costituzionale, nuovamente sia come strumento per risolvere problemi, sia come strumento politico di legittimazione politica di un parte, piuttosto che dell’altra, oppure come strumento non solo di politica domestica, ma anche di politica internazionale, come mezzo di scambio per agire e influire con l’interlocutore sovranazionale. La terza ragione è più contingente, è frutto dell’esito delle elezioni del 2013, e mette in evidenza come le politiche delle volte sono cercate per dare legittimità e senso anche ad una legislatura che appariva morta, se vocata al ripristino, dopo l’esperienza del governo tecnico, della democrazia dell’alternanza: la legislatura infatti è nata all’insegna della necessità di fare una grande coalizione, per sostenere il confronto con l’Europa, per cogliere l’occasione di fare una riforma delle istituzioni insieme, per produrre un nuovo ordine costituzionale riconosciuto dal nuovo sistema politico, teso appunto a rilanciare la democrazia dell’alternanza.

3. Ecco quindi le tre ragioni, che attengono alle cosiddette politiche costituzionali, secondo una fortunata classificazione politologica[6]. Ora però si deve considerare che mentre questa particolare politica pubblica parte, gli attori protagonisti e le condizioni esterne mutano. Si tratta di un aspetto decisivo per cogliere l’elemento in tensione di questa fase costituzionale. Infatti la riforma parte per legittimare degli attori che nel frattempo mutano e rompono. Mettiamo in fila alcune osservazioni: a) mentre la legislatura nasce attorno all’elezioni di Napolitano e al governo di larghe intese, che a tempo fissa diciotto mesi per le riforme, riprendendo i risultati dei lavori degli anni precedenti, delle commissioni parlamentari, dei gruppi di lavoro ecc., con il passare dei mesi salta il patto con Berlusconi che va all’opposizione e soprattutto il centrodestra si ridimensiona e cambia configurazione; b) il partito dominante del centrodestra, dissolto, è la Lega e non più Forza Italia: non solo, il segretario Alfano delfino di Berlusconi si stacca dal Cavaliere e continua a stare nel governo di larghe intese con il PD. Cioè in qualche maniera il sistema politico che aveva dato il via al processo non c’è più e nel frattempo si consolida sempre di più un attore antisistema, ossia il Movimento Cinque Stelle, un partito guidato da un comico milionario (citizen Grillo) che ne possiede il marchio, che ha scombinato tutte le dinamiche delle stesse elezioni del 2013, raccogliendo la furia antisistema e antiausterità; c) allo stesso tempo cambia anche il PD. Si tratta di un cambiamento di gruppo dirigente radicale. Renzi “rottama” la vecchia classe dirigente e si impone con una fortissima leadership: vince le primarie sull’onda di un popolo di elettori di centrosinistra frustrati dalla non vittoria del 2013, diventa segretario ed impone una logica di governo di partito anglosassone, e ridà slancio all’azione del governo alla vigilia delle elezioni europee assumendone la guida. Renzi si trova a gestire un progetto nato in altre fasi e decide di stringere i tempi: di portare la legislatura a termine, politicizzando molto la riforma costituzionale. La politicizzazione della riforma si spiega a partire dalla stessa costitutiva ambiguità di un ordine del giorno che vuole sia rispondere al problema dell’efficacia ed efficienza delle istituzioni, sia rispondere al problema della legittimazione dei partiti o del partito che propone la riforma. Quindi abbiamo una riforma che si politicizza, che non è più frutto di un sistema politico e che quindi non ha le caratteristiche fondanti un nuovo ordine nascente con una pluralità di nuovi soggetti politici fortemente legittimati. Una riforma che diventa sempre di più di parte, pur obiettivamente rispondendo ancora a ragioni e problemi riconosciuti dall’agenda classica della politica italiana. Ma oltre a questa condizione, che di per sé suggerisce che la sua riuscita sarà più complicata del previsto, si deve obiettivamente riconoscere che la riforma rappresenta un elemento richiesto dal condizionamento europeo e che nello scambio politico europeo è stata già impegnato, al fine di rafforzare la credibilità della Repubblica italiana in Europa e il suo peso politico. Quindi la posta in gioco e allo stesso tempo la vulnerabilità della proposta costituzionale sono evidenti. Si tratta di capire se le perfomances riconducibili alla stessa riforma costituzionale e il nuovo quadro, affermandosi, avrà la forza di tenuta rispetto ad un sistema politico così pieno di fragilità ed incognite, oltre che privo di una base comune, una intersezione di consenso, per usare i termini di John Rawls[7].

4. Una volta dati gli elementi di riflessione che vanno a definire la cornice politica della riforma costituzionale, è bene andare a considerarla nel merito. Sopra abbiamo richiamato in sintesi gli aspetti più significativi. Andiamo ad approfondire un po’ di più, cercando anche di capirne la dinamica (le strade intraprese e quelle non intraprese). Sarebbe opportuno analizzare l’iter nel suo complesso e tutti gli interventi nel merito, ma per ragioni di tempo non riproduco il dibattito. Mi fermerò agli aspetti di decisione finali.

Innanzi tutto rimane l’opzione parlamentare. Tra una torsione presidenzialista e un mantenimento del regime parlamentare si è scelto quest’ultimo. Non vi è stata una scelta programmatica di rafforzamento del Presidente del Consiglio, se per esempio si considera l’art. 95, rimasto invariato, le funzioni del Presidente del Consiglio non sono di dominus del consiglio dei ministri, non può sfiduciare i ministri con copertura costituzionale, li propone al Presidente della Repubblica che li nomina, come adesso, non decide, ma dirige il consiglio dei ministri e soprattutto il Presidente del Consiglio non assume il potere di scioglimento della Camera. Non siamo quindi in un contesto nemmeno di premierato forte, molto spesso richiesto nel dibattito e nelle proposte di questi anni. Certamente se fallisce questa riforma, potrebbe essere ripresentata tale proposta. La cosiddetta critica di presidenzializzazione e di premierato forte non può avere come bersaglio reale la modifica costituzionale: semmai dovrebbe dirigersi al combinato disposto di legge elettorale e, soprattutto, costume politico ed evoluzione della forma partito in una società mediatica[8].

Quindi viene riconfermato il regime parlamentare, con un fondamentale accorgimento: il superamento del bicameralismo perfetto. Tale accorgimento accoglie il risultato di una lunga discussione repubblicana, che certamente non ha visto la sinistra come alfiere del conservatorismo su questo punto, semmai l’opposto[9]. Si opta per una Camera dei deputati che viene eletta e che esprime il Governo e che diventa il canale della gran parte del processo legislativo (artt. 55, 70). Il risultato sarà una “velocizzazione” del processo legislativo. Il Senato (artt. 57, 70, 71) cambia radicalmente[10], viene ridimensionato numericamente (si passa da 315 a 100), sarà eletto contestualmente con le elezioni regionali (mediante una legge da perfezionare), e vedrà la sua composizione come espressa dalla volontà delle autonomie locali, una sorta di Camera delle autonomie, delle Regioni e Città. Tendenzialmente la sua composizione diverrà mutevole lungo il corso della legislatura, rispecchiando i mutamenti di orientamento politico locale e rappresentando un potenziale contraltare e concorrente legislativo su di una serie limitata di materie[11]. Manterrà comunque una capacità di iniziativa politica anche sul processo legislativo ordinario, sebbene l’ultima parola sarà sempre della Camera dei deputati. Ma certamente il Senato potrà, sfruttando gli spazi di iniziativa politica, entrare nel dibattito pubblico, e chiedere che la Camera proceda all’esame di un disegno di legge (art. 71). Interessante inoltre come le modifiche costituzionali aprano maggiormente ad altri soggetti – ai cittadini e alle forme di auto-organizzazione – il processo legislativo: lo si vede a proposito delle leggi di iniziativa popolare e dei referendum (art. 71). Nel primo caso si dà garanzia che una proposta di iniziativa popolare con almeno 150.000 firme sia discussa, nel secondo caso riporto il nuovo testo costituzionale: “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità d’attuazione”. Ecco speriamo che si attui presto con equilibrio questa previsione costituzionale, ciò infatti permetterebbe di introdurre una miscela di strumenti anche utilizzando riflessioni teoriche e strumentazioni della cosiddetta democrazia partecipativa e deliberativa. Da questo punto di vista la soppressione del Cnel[12] appare una occasione mancata, perché poteva essere una struttura utilizzabile per la costruzione di un canale di consultazione delle parti sociali strutturato e strutturante.

5. In ogni caso il superamento del bicameralismo paritario è, insieme alla ridefinizione delle competenze regolate dal Titolo V, il nuovo Titolo V, l’aspetto saliente di questa nuova riforma costituzionale. L’altro aspetto saliente è appunto il nuovo Titolo V. Nella sostanza qui assistiamo ad una risposta data al problema rappresentato dagli effetti dell’attuazione della riforma del centrosinistra del 2001. Si sceglie una strada che rafforza l’Italia come attore sovranazionale, fa tesoro dell’esperienza conflittuale con le Regioni e dell’irresponsabilità che spesso le stesse Regioni hanno manifestato nell’attuazione delle loro competenze, affronta ulteriormente per via costituzionale il controllo del bilancio sub-nazionale, e recupera perfino le riforme del federalismo anche di paesi stranieri, come nel caso della Germania che ha ridotto le materie concorrenti. Inoltre si eliminano le Province e le competenze concorrenti, e si definiscono meglio rafforzandole le competenze esclusive dello Stato e quelle invece affidate alle Regioni (art. 117). Tuttavia si introduce la possibilità d’intervento per interesse nazionale da parte dello Stato, che quindi può in caso d’urgenza prevalere anche sulle competenze esclusive affidate alle Regioni (art. 117) e che si rafforza nei poteri di commissariamento (art. 20). Non solo, vi è una riformulazione dell’art. 116, che responsabilizza maggiormente l’iniziativa delle Regioni per ottenere maggiore autonomia negoziata (su tematiche come l’organizzazione della giustizia di pace, disposizioni generali e comuni per le politiche sociali, politiche attive del lavoro e istruzione e formazione professionale, commercio estero, e governo del territorio), “purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. Tale responsabilizzazione e controllo sulla spesa si manifestano anche nell’art. 119 (infatti richiamato in quello 116), laddove si afferma che le entrate proprie e le entrate fiscali derivanti da compartecipazioni e dai fondi perequativi devono assicurare il finanziamento integrale del sistema delle autonomie e devono corrispondere a degli indicatori definiti dallo Stato che fanno da riferimento di costo e di fabbisogno e che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle funzioni del sistema locale (Comuni, Città metropolitane e Regioni). Questa stretta di natura fiscale si rapporta e implementa la modifica costituzionale avvenuta sull’art. 81, in merito al pareggio di bilancio. È chiaro come il federalismo all’italiana diventa una forma di decentramento a controllo centralizzato di bilancio e comunque che mette di fronte alle responsabilità di sostenibilità in maniera più cogente – con la costituzionalizzazione della spada di Damocle dell’intervento statale – i gruppi dirigenti politici locali. È altresì chiaro che la riforma, basti pensare alla rassegna delle materie concorrenti che di fatto divengono esclusive dello Stato, e specialmente ad alcune, ad esempio la ricerca scientifica piuttosto che le reti energetiche o di trasporto, punta ad una ricentralizzazione delle competenze di maggiore valenza strategica. Si segue una tendenza già registrata nell’evoluzione del New Public Management. Che considerazioni fare? La principale è che il problema dell’Italia è in particolare la qualità della PA e delle élite della burocrazia statale. Pertanto ad una forte ricentralizzazione costituzionale, dovrebbe accompagnarsi una politica di rinnovamento e potenziamento della qualità e delle competenze della PA.

6. Cerchiamo di apportare alcuni elementi di valutazione. Indubbiamente è vero che la maggioranza del Parlamento che esprime il Governo (determinato dalle preferenze degli elettori e dalle segreterie di partito, e quindi dalla volontà di partito condizionata da quella degli elettori), e quindi quest’ultimo, con la logica di monocameralismo prevalente, si rafforza come gatekeeper, pivot e leader delle politiche (riducendo il gioco dei vetoplayers parlamentari), ma è altrettanto vero che aumentano o rimangono gli spazi per altri attori. È particolarmente interessante lo spazio riconosciuto alle condizioni per sviluppare le strutture del parlamento analitico[13]: nell’art. 55 si riconosce al nuovo Senato la valutazione delle politiche pubbliche, dell’attività delle pubbliche amministrazioni, la verifica dell’impatto delle politiche della UE sul territorio. Inoltre insieme alla Camera dei deputati il Senato concorre a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. È evidente lo spazio di attuazione costituzionale per la costruzione, utilizzando e rafforzando gli uffici studi della Camera e del Senato, di strutture a servizio del Parlamento, per documentazione sulle politiche e per valutazione ex ante e degli impatti (ex post). Seguendo la lezione della scienza delle politiche ed in particolare dell’analisi delle politiche pubbliche è centrale potenziare strutture indipendenti dal Governo, al servizio dei parlamentari, per potenziare la capacità del Parlamento di valutare le politiche pubbliche: questo rafforzerebbe il potere legislativo del Parlamento, già oggi prevalentemente, come da tempo la scienza politica riconosce[14], in realtà esercitato dal Governo, e soprattutto la capacità da parte del Parlamento di controllare, verificare e valutare l’azione del Governo. Ciò migliorerebbe la rendicontazione e favorirebbe la responsabilità politica degli esecutivi e delle rappresentanze politiche, ma anche la capacità del cittadino elettore di giudicare e la capacità dei gruppi intermedi di agire in maniera trasparente nel dibattito pubblico con riferimento a dossier e studi credibili. Il rafforzamento di strutture di tal genere permetterebbe inoltre anche una positiva evoluzione anche degli stessi partiti nella loro dimensione di responsabilità. E anche la possibilità di regolamentare meglio il lobbismo o di potenziare un giornalismo d’inchiesta di maggiore qualità e funzionale alle politiche pubbliche e alla qualità del dibattito pubblico.

È chiaro che si apre una questione in relazione al rapporto tra Governo e Parlamento, e tra maggioranza e minoranza. Su questa problematica alcune considerazioni: il Governo, in una logica in cui la politica è prevalentemente in mano ad attori politici quali i partiti, è da sempre – già Weber l’aveva diagnosticato – il dominus del parlamento, attraverso i partiti. Saranno la dialettica interna dei partiti e i loro giochi coalizionali a determinare i comportamenti in Parlamento. Da questo punto di vista si potrebbe affermare che il parlamentarismo vero si potrebbe affermare con una logica elettorale e istituzionale molto diversa da quella parlamentare e dei partiti attuale: si potrebbe affermare secondo il modello U.S.A. Questo rimanendo all’analisi empirica. Una prima risposta, qualora si voglia rafforzare il Parlamento, invece nella condizione costituzionale data, può darsi sviluppando gli strumenti del cosiddetto parlamento analitico.

Andando invece alla riforma costituzionale si devono segnalare alcune cose importanti sul rapporto Governo-Parlamento: innanzitutto lo scambio previsto dalla riforma in cui da un lato si dà al Governo l’istituto della cosiddetta data certa (art. 72) per mettere in agenda politica determinati provvedimenti di iniziativa governativa (il che toglie potere al Parlamento sulla determinazione dell’agenda) e dall’altro la limitazione della decretazione d’urgenza (art. 77), oggi diventata strumento abituale di governo. Da segnalare inoltre nella riforma la previsione dello statuto delle minoranze (art. 64) che dovrebbe garantire maggiormente gli spazi politici della minoranza. In relazione invece alla definizione di quel ruolo di garanzia che deve essere il Presidente della Repubblica, la riforma costituzionale prevede una innovazione importante in sede di elezione: si alza, come ultima possibilità, la soglia di elezione ai 3/5 dell’assemblea elettiva (Camera dei deputati e Senato). Se questa soglia sia sufficiente per favorire la mediazione politica, lo si vedrà in concreto in rapporto alla dinamica dei pesi politici nelle due camere. Sicuramente è un fatto positivo che si superi la logica della maggioranza assoluta in ultima istanza[15]

7. La riforma non va disgiunta dalla legge elettorale: o meglio potrebbe anche in teoria esserlo, ma in pratica si deve considerare come il dibattito su di essa risente della nuova legge elettorale. Infatti l’Italicum caratterizza anche una interpretazione, una lettura, un utilizzo della stessa riforma costituzionale. Come spesso accade, poi, le leggi elettorali sono anche utilizzate dai partiti stessi per strutturare il campo politico, per limitare avversari, o organizzare una buona ritirata o sconfitta (è stato il caso del Porcellum ad esempio). Bisogna considerare che, qualora la riforma costituzionale passasse, la Corte costituzionale dovrebbe, se fatta richiesta secondo le modalità previste, pronunciarsi preventivamente sulla legge elettorale: potrebbe essere pertanto che il meccanismo di ridefinizione della legge elettorale si rimetta in moto. Sull’Italicum le considerazioni che farei sono le seguenti: a) indubbiamente – al netto della tenuta delle liste di partito – è una legge, probabilmente unica nel panorama europeo, che garantisce a priori una maggioranza, qualsiasi sia la distribuzione dei voti. Si tratta di un bene o di un male? Dipende dai valori che si vuole tutelare o dagli obiettivi che si vogliono raggiungere: certamente è una legge che dà la possibilità ad una lista/partito di governare per una legislatura; b) come tutte le leggi a doppio turno, permette al primo di esprimere le proprie preferenze, e al secondo di dare un premio decisivo alla proposta di governo preferita o, soprattutto, meno avversata (a meno che già al primo turno non vi sia una lista che superi, come è noto, la soglia del 40%). Su questo punto è bene riflettere: il secondo turno premia i meno avversati; c) una cosa discutibile della legge è la combinazione sia della soglia di sbarramento, che del premio di maggioranza: generalmente la dottrina consiglia di utilizzare o uno strumento o l’altro. La legge è fortemente strutturante e coercitiva sull’elettorato; d) un’altra cosa discutibile è, dal mio punto di vista, l’introduzione delle preferenze. Tuttavia sarebbe stato peggio se fossero state introdotte con collegi molto più vasti; le preferenze rischiano, come da molta letteratura scientifica accertato, di favorire il voto clientelare e la forza economica-mediatica dei candidati. In ogni caso si devono considerare tre componenti nel voto di preferenze: i) il voto di appartenenza organizzato dal partito (qui si tratta di distinguere partiti più monolitici e partiti dilanianti o composti da correnti); ii) il voto d’opinione; iii) il voto di scambio clientelare; e) Bene invece la strutturazione dei collegi: sono sufficientemente piccoli, potevano esserlo di più, ma probabilmente lo sono a sufficienza, per premiare una certa conoscenza tra elettore ed eletto; d) non va data una valutazione negativa sull’indicazione dei capilista: comunque il partito centrale ha la necessità di avere la possibilità di selezionare candidati con specifiche qualità che non avrebbero molte chance con il voto di preferenze, specialmente in una situazione di partito poco disciplinato. Certamente l’inconveniente è dato dal fatto che la segreteria di partito, specialmente nel caso di sconfitta, sceglierebbe tutti i candidati eletti; e) le liste corte bloccate non sono affatto uno scandalo, anzi: si tratta della modalità più diffusa in Europa tra i sistemi proporzionali; f) la legge per adesso prevede la possibilità delle candidature multiple, criticabile, e il premio di maggioranza alla lista/partito e non alla coalizione: si tratta di una scelta precisa, che vuole affermare in Italia una logica di governo non coalizionale. Ciò potrebbe funzionare. Ma si ricordi che l’aspetto fondamentale è il costume politico e la natura dei partiti[16]. E inoltre ci si ricordi che al secondo turno viene premiata esattamente la forza coalizionale.

9. In conclusione, per tirare le somme dell’analisi che abbiamo fatto, in particolare dal punto di vista della scienza delle politiche, l’opzione che ci sembra migliore, rispetto alla decisione se votare sì oppure votare no, è la prima, soprattutto se ci si riferisce alla funzionalità del processo legislativo, sebbene con l’incognita del contrappeso del Senato. Infatti il governo di partito che si prefigura verrà limitato da un Senato che diventerà la cassa di risonanza dei poteri locali. Si tratta di votare sì nella consapevolezza che non è una riforma fondante, che si basa su basi fragili del sistema politico e della cultura politica, ma che sul piano delle politiche è un tentativo di risoluzione di alcuni problemi, (creandone altri, come solitamente accade nel ciclo delle politiche), e soprattutto un modo per rafforzare il ruolo dell’Italia nel concerto internazionale e nel contesto della UE. Inoltre, ma questo da un punto di vista di partito, è dovere del maggiore partito italiano e anzi potremmo dire dell’unico partito italiano di interpretare gli interessi nazionali in una chiave europea. Certamente però se si partitizza troppo una proposta si rischia di perdere in capacità fondante e in capacità coalizionale. Inoltre va rilevato che le riforme istituzionali e costituzionali a maggior ragione devono fare i conti con la qualità e il costume degli attori politici. In Italia la crisi politica è in primo luogo, in realtà già da tempo, una crisi della forma partito, della sua qualità. Bisognerebbe ripartire da qui, con una visione sistemica. Tra l’altro si sottovaluta, in una logica complessiva di qualità della democrazia, il tema del finanziamento della politica. L’arretramento sul finanziamento pubblico è assolutamente un fatto negativo, sebbene risponda a degli argomenti demagogici oggi molto popolari[17].




[1] Si veda sull’argomento delle politiche dell’innovazione in particolare B. Dente, Le decisioni di policy, Bologna, Il Mulino, 2011.

[2] Cfr. Il programma della coalizione dell’Ulivo nel sito www.perlulivo.it

[3] Cfr. Il programma del PDS per le elezioni del 1994, scritto sotto la direzione di Michele Salvati.

[4] Cfr. N. Urbinati, D. Ragazzoni, La vera Seconda Repubblica. L’ideologia e la macchina, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016, ricostruisce il dibattito sulla cosiddetta Seconda Repubblica come ideologia e azione di riforma costituzionale che nasce già dentro la Prima Repubblica. Per una riflessione sulle riforme da attuare sintomatica e datata anni ’80, si veda G. Pasquino, Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale, Laterza, Roma-Bari, 1985.

[5] Cfr. G. Tonella, Democrazia deliberativa e politica di bilancio. Terza trasformazione della democrazia, nuove forme di rappresentanza e politiche di bilancio, Cleup, Padova, 2015.

[6] Cfr. T.J. Lowi, La scienza delle politiche, Bologna, Il Mulino, 1999.

[7] Cfr. l’ultimo J. Rawls, Liberalismo politico, Einaudi, Torino, 2012.

[8] Cfr. B. Manin, Principi del governo rappresentativo, Bologna, Il Mulino, 2010; G. Tonella, Democrazia deliberativa e politica di bilancio, cit.

[9] Cfr. ad esempio P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Ediesse, Roma, 2014; ma ancor prima si consideri la tradizionale posizione per il monocameralismo del PCI. Per quanto invece concerne la comunità dei politologi italiani G. Pasquino, Restituire lo scettro al principe, cit., scriveva nel 1985: “Comunque, nessuno difende più in pratica la struttura bicamerale attualmente esistente in Italia, un bicameralismo paritario in termini di poteri e di funzioni e decisamente imperfetto nel suo funzionamento” (p. 63). 

[10] I senatori nominati a vita non ci saranno più, ma saranno a tempo, lo stesso del Presidente della repubblica, 7 anni. 

[11] La funzione legislativa è esercitata collettivamente per le leggi di revisione costituzionale, per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche i referendum popolari, le altre forme di consultazioni, le leggi che determinano l’ordinamento la legislazione elettorale, gli organi del governo, le funzioni fondamentali dei Comuni, delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche della UE, le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia alla UE.

[12] Cfr. la soppressione nell’art. 40.

[13] Cfr. G. Regonini, Parlamenti analitici, “Rivista Italiana di Politiche Pubbliche”, 2012, 1, pp. 33-87; M. Bianchi, In National Audit Office e il Public Accounts Committee: ancora lezioni da Westminster?, “Rivista Italiana di Politiche Pubbliche”, 2012, 1, pp. 89-115; D. Capone, Accountability e istituzionalizzazione della valutazione delle politiche negli Stati Uniti. Il Government Accountability Office, “Rivista Italiana di Politiche Pubbliche”, 2012, 1, pp. 117-132.

[14] Si vedano le considerazioni di G. Pasquino, Restituire lo scettro al principe, cit., pp.49-75.

[15] Vorrei poi indicare una serie di modifiche che a mio avviso sono da considerarsi come positive: riconoscimento costituzionale esplicito dell’equilibrio di genere nella rappresentanza (art. 55).

[16] Un aspetto poco approfondito è dal mio punto di vista quello delle politiche che caratterizzano un partito.

[17] Non è un caso che questo clima demagogico alimenti aspetti della stessa riforma costituzionale, si pensi alla determinazione del compenso dei consiglieri regionali a livello dei sindaci capoluogo o al fatto che ai nuovi senatori non sarà dato nessun indennizzo di funzione.