Oltre il conflitto, verso una nuova alleanza culturale

Introduzione
Parlare di politiche culturali in tempi di spending review appare una contraddizione in termini: negli ultimi sessant’anni, infatti, la relazione tra cultura e istituzioni è stata giocata sul piano del sussidio economico e conseguentemente, in penuria di risorse, parrebbe ovvio postulare l’eclissi definitiva della cultura dalle politiche pubbliche.
C’era un tempo in cui gli enti pubblici andavano in soccorso (subsidium) del patrimonio culturale, appianavano i piccoli o grandi debiti delle iniziative a vario titolo etichettate come culturali, elargivano contributi a sostegno di associazioni a prescindere dalle attività svolte.
C’era un tempo in cui non importavano le ricadute sul territorio, non si sapeva nemmeno cosa fossero le valutazioni dell’impatto socio-culturale, ci si rivolgeva ad un più o meno definito “pubblico della cultura” e non alla comunità.
C’era un tempo e non c’è più, per certi versi, fortunatamente.
Allora, perché si possa continuare a parlare di politiche culturali è necessario un cambiamento radicale nell’interpretazione del ruolo pubblico nella governance  del patrimonio culturale.
Questo non significa che non siano necessarie adeguate risorse da investire nel settore, ma nemmeno che esse debbano andare frammentate e distribuite discrezionalmente.
In particolare credo vada rivista la modalità d’intervento del pubblico e la relazione tra gli attori culturali. Occorre aprire una riflessione critica sulle forme di co-progettazione culturale, che non possono esaurirsi in partenariati, convenzioni e affidamento di servizi, ma devono sondare sinergie e modalità operative inesplorate.
Perché si possa pensare, però, ad un nuovo paradigma di sviluppo di comunità basato sulla cultura è necessario rifondare la fiducia tra istituzioni e cittadini, tra pubblico e privato, tra profit e no profit, costruendo alleanze impertinenti.
Ricercare per determinare il cambiamento
Questo lavoro intende percorrere uno dei sentieri della cosiddetta “innovazione culturale italiana” mentre esso stesso va definendosi, mentre prosegue per tentativi ed errori.  Si propone come uno sguardo trasversale alle esperienze sorte o in essere nel territorio nazionale, nel periodo tra marzo e ottobre 2014, che hanno come tratto comune la volontà palesata di discutere o di fare “innovazione culturale”.
In questo macrocampo di osservazione, il dibattito che ho seguito è stato quello relativo alle politiche culturali, in particolare le parole chiave che hanno guidato la scelta dei casi da approfondire sono state “co-progettazione culturale, governance culturale, politiche integrate per la cultura, progettazione culturale partecipata, rigenerazione urbana, sinergie culturali, sussidiarietà, sviluppo culturale del territorio”.
Da questo percorso è emerso il tema del conflitto tra i diversi soggetti “curatori” della cultura e l’idea che il nuovo paradigma di azione locale culturale si fondi sul superamento di tale conflitto
I sassolini di Pollicino sul sentiero dell’innovazione culturale
Un buon esploratore sa che quando si percorre un sentiero sconosciuto o poco battuto è importante individuare dei punti di riferimento, fare attenzione a quelle anomalie che differenziano l’omogeneità del percorso, che lo rendono difforme da tutti gli altri.
E come un sentiero viene riconosciuto dal viaggiatore per il suo essere singolare, così la strada dell’innovazione non può inserirsi nel solco della norma, ma deve deviare, abbandonando il pensiero conforme per quello eccentrico.
Poiché, però, l’ingarbugliata selva di piste nella quale si addentra il ricercatore si nutre di eccezioni, non è sempre semplice cogliere gli elementi impertinenti, quelli cioè che, nel loro essere sfacciatamente fuori luogo, provocano un reale cambiamento.
In questi mesi ho quindi provato a fare come Pollicino e ho segnato con dei sassi il sentiero lì dove mi è sembrato prendere una nuova direzione: a volte l’ho visto impennarsi, altre andare a ritroso, in ogni caso proseguire instancabilmente fervido.
Il primo sasso l’ho identificato nel team di ricerca del quale faccio parte, Progetto ICCS, il cui elemento d’innovazione sta nell’esperienza anomala di un gruppo eterogeneo di ricercatori che studia in modalità multidisciplinare il rapporto tra economia, management, arte e cultura.
Durante i focus group di progetto sul nostro tema di ricerca “Imprenditorialità culturale e industrie creative come fattori di sviluppo locale” la necessità di relazione con l’ente pubblico è stata continuamente richiamata. I colleghi che avevano un’esperienza di operatori culturali o curatori d’arte contemporanea, in particolare, hanno descritto il loro rapporto con le pubbliche amministrazioni in termini oppositivi, usando formule quali “noi e loro”, “quelli”, “noi operatori culturali e i politici”.
I commenti più interessanti ai fini del mio studio sono stati quelli di Viviana Carlet, collega assegnista e curatrice di Lago Film Fest, che ho successivamente intervistato[1] dopo che la stessa a fine luglio, nell’immediato dopo Festival, ha annunciato la fine dell’esperienza, argomentandola come compimento del progetto nato nel 2005 o come capolinea immaginario da cui eventualmente ripartire con nuove basi e garanzie, o meglio, prese di posizione, soprattutto politiche, mai arrivate.
Sulla stampa e nei social network la notizia della chiusura del Festival è rimbalzata velocemente, creando un dibattito accesso sul ruolo delle amministrazioni pubbliche in campo culturale.
Dal tema del sostegno economico scarso e saltuario, si è passati a una riflessione di altra natura: l’incapacità da parte di molte amministrazioni di riconoscere e concertare azioni strutturate di valorizzazione territoriale attraverso la cultura e l’assenza di una progettazione di medio/lungo termine che preveda il coinvolgimento di attori pubblici e privati in un’ottica di sistema.
L’ente pubblico – ha spiegato Viviana Carlet – dovrebbe garantire la fruizione dell’attività culturale e la qualità di quest’ultima; un evento deve certo sostenersi con le proprie gambe, ma quando quest’evento comincia a essere qualcosa di più, un progetto ben più ampio, dev’essere un investimento dell’ente pubblico, che ne garantisce la fruibilità, l’accessibilità a tutti”.
È interessante notare come l’esperienza di Lago Fest sembra aver supplito, in questi anni, al ruolo degli enti pubblici, nei vari loro livelli di governo: “Noi abbiamo lavorato sulla riscoperta e rivalutazione dello spazio pubblico cosa che dovrebbe appunto fare un’amministrazione; abbiamo poi lavorato con le persone, realizzando un’attività di formazione e di educazione, quindi quello che abbiamo fatto noi è stato andare a toccare delle sfere altre, rispetto a quelle che concernono l’organizzazione di un evento. Non chiediamo alle istituzioni che ci paghino i conti, ma che siano presenti, che svolgano il loro ruolo politico, che riconoscano quanto è stato fatto fino a ora e che si impegnino a continuare con lo stesso spirito con cui siamo partiti, quello di fare qualcosa non per noi ma per questo luogo!”.
Dalle parole di Viviana Carlet emerge come le istituzioni siano state alla finestra a guardare la capacità di alcuni giovani di lavorare al loro posto, di costruire non un evento, ma un progetto dall’impatto culturale e sociale altissimo, che ha ridato vitalità a un territorio assopito. Enti pubblici che hanno destinato qualche risorsa, certo, ma che non sono stati in grado di assumersi il ruolo di registi e nemmeno quello di produttori.
Ma è nel superamento della critica fine a se stessa che scorgo il secondo sassolino del mio sentiero: sul tema della latitanza delle istituzioni nel percorso di Lago Fest, infatti, il sindaco di Revine Lago, Michela Coan, ha accettato il confronto e si è schierata, a differenza dei suoi predecessori, esprimendo la volontà di proseguire l’azione culturale, economica e sociale realizzata in questi anni da Carlet e dai suoi collaboratori e di integrarla in progettazioni politiche di sistema. Da un confronto con il Sindaco Coan[2], durante il quale l’ho sollecitata a prendere in considerazione il tema delle alleanze collaborative, è emersa l’ipotesi di dare vita a un “Progetto creativo di comunità”: un processo che si muova in una logica di sistema, attraverso un accordo di programma tra amministrazioni e con altri soggetti pubblici e privati, e che preveda nel contempo il coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Viviana Carlet, su delega del Sindaco, sta ponendo le basi per una progettualità che vada nella direzione poc’anzi descritta e sarà interessante seguirne gli sviluppi e gli esiti.
Altre significative tracce sono state lasciate dal progetto “cheFare”, che si definisce come “piattaforma che premia l’impatto sociale, segnalando e raccontando i progetti culturali ad alto grado di innovazione[3]”. L’iniziativa è pensata come percorso di mappatura finalizzato non solo a premiare ma soprattutto a promuovere le pratiche culturali innovative e ha permesso, nelle sue prime due edizioni[4], di far emergere e di connettere 1.112 realtà culturali a livello nazionale.
La collaborazione innescata tra i partecipanti al bando ha permesso di attivare un circolo virtuoso in cui alcuni dei promotori dei progetti selezionati hanno creato delle occasioni in cui le altre iniziative si potessero raccontare. Questo, assieme a proposte come il Calendario condiviso delle Comunità del Cambiamento di Progetto Rena[5], ha contribuito al verificarsi di un brulicare di momenti di riflessione e dibattito sui temi della “innovazione culturale”. In particolare, nell’arco di un mese, dal 25 settembre al 25 ottobre 2014, si sono tenuti: ArtLab14[6] a Lecce, #FattidiCultura[7] a Mantova, Nuove Pratiche Fest[8] a Palermo e Cultura Impresa Festival[9] a Faenza.
I diversi convegni sono stati occasione per gli operatori culturali e per i soggetti che a vario titolo si occupano appunto di "innovazione culturale” (concetto diversamente declinato nei vari momenti d'incontro) di incontrarsi e di riconoscersi come protagonisti del dibattito attuale.
La modalità principale utilizzata per la formazione e la divulgazione dei contenuti è stata quella del workshop, in tutti i casi realizzati contestualmente in diversi luoghi delle città ospitanti, modalità riconducibile al modello del Festival. Nel contesto degli spazi deputati al confronto ma anche di quelli informali e conviviali ai quali ho preso parte, il tema delle politiche culturali degli enti locali è stato affrontato con una certa vis polemica. Gli operatori hanno ripetutamente denunciato: la mancanza di contributi adeguati destinati al settore culturale, l’assenza di visione delle pubbliche amministrazioni, la difficoltà di interagire con i funzionari dei comuni, la frammentazione dei referenti pubblici, la rigidità settoriale nei comuni, i regolamenti eccessivamente stringenti, la realizzazione di bandi non sostenibili, in particolare finalizzati alla rigenerazione di edifici in ambito urbano.
Per avere un’idea più chiara, mi sembra utile riportare qualche stralcio di conversazione[10]:
Una difficoltà che vedo è che nel campo culturale c’è una grande frammentazione di interlocutori pubblici. Questo rende la capacità di cambiamento molto difficile” (Cristina Alga, CLAC, Palermo)
Noi piccole imprese culturali impieghiamo le nostre energie e le nostre competenze per confrontarci con la comunità locale, assolviamo un ruolo che non è sempre nostro” (Cristina Alga, CLAC, Palermo)
È necessaria una cessione di sovranità da parte del pubblico” (Cristina Alga, CLAC, Palermo)
Credo che questi appuntamenti ci offrano la possibilità di mettere in fila le problematiche che ognuno di noi, in solitudine, affronta sul proprio territorio. Però mi chiedo, qual è l’interlocutore del nostro livello d’azione? Contro chi lottiamo?” (Cristina Alga, CLAC, Palermo)
Rilevo una difficoltà di mettere assieme il pubblico e il privato anche solo nelle sponsorizzazioni” (Damiano Alprandi, Ylda/Paratissima, Torino)
C’è un problema di linguaggi con il pubblico” (Damiano Alprandi, Ylda/Paratissima, Torino)
Credo che siamo nell’epoca in cui la cultura deve fare da trasmutatore (...) Ma come possiamo riuscire a muoverci nella costituzione di questa nuova epoca?(...) Il primo discorso è farsi istituzione, essere istituzione, ed è certo complicato; l’altro come è lavorare su due o tre elementi chiave che possono caratterizzare non tanto le nostre metodologie ma il nostro pensiero. Quindi dobbiamo riposizionare dal punto di vista valoriale alcune parole chiave determinanti, queste questioni filosofiche sono da un lato il desiderio, dall’altro il coraggio” (Agostino Riitano, Rural Hub, Napoli)
Le istituzioni, nei loro vari livelli di governo, hanno partecipato a questi spazi di dibattito con un atteggiamento anch’esso polarizzato: tra l’eccesso di protagonismo e la totale assenza.
Tra le tante a cui ho preso parte, ho potuto assistere solo a una discussione[11] in cui il tema “politiche culturali” è stato affrontato in modo trasversale e orizzontale e nella quale si è tentato un reciproco ascolto e un dialogo costruttivo.
In questi mesi ho notato, infatti, come la diffidenza reciproca tra operatori culturali e amministratori locali o politici determini preferibilmente momenti separati di riflessione sul tema cultura, nei quali soggetti che di fatto dovrebbero cooperare, parlano di uno stesso argomento senza confrontarsi.
Caso eclatante in questo senso è stato l’incontro tra i ministri della cultura europei tenutosi il 23 e 24 settembre 2014 nella Reggia di Venaria Reale a Torino e promosso dalla Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione Europea.
Teniamo conto che i ministri della cultura, negli ultimi mesi, hanno in più incontri ribadito la necessità che il nuovo piano di lavoro del Consiglio per la cultura si concentri prioritariamente, tra gli altri, su temi quali: “la gestione dei modelli di governance culturale in evoluzione; la migliore comprensione e valutazione dell'impatto della cultura sulla società; la promozione della pertinenza politica intersettoriale della cultura (integrazione)[12].
Ora, la conferenza torinese "Patrimonio culturale come bene comune" ha inteso "sviluppare il dibattito nel senso delle misure pratiche che dovrebbero essere ora adottate allo scopo di liberare il potenziale del patrimonio culturale per lo sviluppo sostenibile (...) Identificando approcci efficaci alla governance e alla gestione del patrimonio culturale, che rispettino e esaltino il suo valore sociale, culturale, simbolico ed economico[13]".
Ottimi proposti, peccato che all’incontro abbiano preso parte in qualità di relatori direttori e funzionari di istituzioni culturali, ma siano stati esclusi totalmente dal dibattito i protagonisti dell’innovazione culturale italiana: associazioni, operatori e imprese culturali.
È evidente che, a ben guardare, il nostro percorso appare lastricato da numerosi pregiudizi: cultura e politica continuano infatti a essere interpretati da molti come binari la cui convergenza non appare possibile. Gli operatori culturali criticano l’azione amministrativa in questo campo e gli amministratori pensano di poter fare a meno degli operatori culturali. In tal modo, paradossalmente, entrambi si trovano perfettamente in sintonia nell’azione di svilimento della cultura, dal momento che essa non viene rivendicata come responsabilità della politica.
Ecco allora che i nostri sassolini dovrebbero servire proprio a indicarci le esperienze sulle quali fare leva per riuscire a scardinare questo pregiudizio, dove poter trasformare la lotta in alleanza.
Il tema è però su quali basi e in che modo costruire il nuovo paradigma dell’alleanza culturale.
Le fondamenta credo siano ben salde nei principi della nostra Carta Costituzionale, non solo quando essa cita esplicitamente la cultura, ma quando dice che “la sovranità appartiene al popolo” (art.1), quando tutela “il pieno sviluppo della persona umana”(art.3), quando ricorda che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società” (art.4), quando parla di “patrimonio”(art.9), quando determina che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art.118).
Se questo è il bacino valoriale dal quale attingere, i modelli di azione sono sicuramente più difficili da rintracciare, soprattutto perché le poche esperienze di governance collaborativa basata sulla cultura sono recenti e non se ne conoscono compiutamente gli esiti[14].
Cultura collaborativa
Ritengo che il ruolo principe della cultura sia quello di piattaforma relazionale, ossia di connettore di ambiti differenti, avendo un’innata propensione alla trasversalità. Nelle diverse politiche pubbliche (dal turismo alla coesione sociale, dall’istruzione all’ambiente, dall’urbanistica alla ricerca e innovazione) il patrimonio culturale, nella sua più ampia accezione, è il fil rouge  che traccia un percorso al contempo di cura ereditaria e di trasmutazione, un sentiero che, una volta  individuato, dovrebbe divenire via maestra.
Parlare in Italia di “cultura come bene comune” significa guardare a nuovi modelli di governance collettiva, che veda applicati i contenuti dell’art.118 della Costituzione, per il quale gli enti pubblici “favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” e che riconosca il ruolo delle “comunità patrimoniali”, così come definite dalla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società[15], più nota come Convenzione di Faro.
Se questo è di certo l’orizzonte al quale bisogna mirare per rendere concreta l’idea della cultura come risorsa trasversale, in quanto “comune” a tutti e “condivisa” da tutti, non appare così immediata l’applicazione in un contesto politico come quello italiano in cui le relazioni rimangono perlopiù verticali e il concetto di partecipazione è spesso legato a dinamiche di finta cessione di potere a scopi elettorali.
La governance condivisa del territorio appare a molti amministratori un elemento di delegittimazione del potere, invece che una piena forma di gestione democratica del bene comune. Se però fino a qualche anno fa questo atteggiamento garantiva semplicemente il mantenimento di un sistema, ora ne sta decretando il suo collasso. Ciò non significa che bisogna eliminare la politica o i politici, come alcuni affermano, ma pensare ad un modello di sussidiarietà circolare (Zamagni, 2013) in cui enti pubblici, imprese, terzo settore e cittadinanza cooperano, ognuno con i suoi ruoli, competenze e attitudini.
È però necessario un rinnovato e più vivo senso di responsabilità, che credo debba partire dai territori, nei quali il valore dell’eredità culturale è maggiormente percepito e in cui sono più forti i legami all’interno delle comunità di eredità. La Convenzione di Faro spiega, infatti, che “l’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi – e continua – Una comunità di eredità è costituita da un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future[16].
È necessario che la politica si ri-connetta al territorio e la cultura può essere, oltre che un obiettivo, anche un mezzo per strutturare la governance. Questo è possibile però solamente attraverso la creazione di nuove progettualità culturali. Ma creare qualcosa di nuovo sembra essere un’impre­sa titanica. Eppure credo che l’innovazione sia sotto i nostri occhi, basta saperla ri­conoscere, basta non accontentarsi della regola, saper osservare le eccezioni, essere impertinenti, cioè trovare le connessioni creative tra elementi apparentemente incongruenti.
La ricetta sta nell’interpretare le anomalie del sistema come risorsa e tra­sformarle in azioni; sono queste improprie-azioni, messe in connessione, a sviluppare i processi innovativi.
Il processo innovativo si nutre, in fondo, di conflitti e oggi le politiche culturali vivono di dicotomie: pubblico e privato, profit e no profit, istituzioni e corsari, vecchi e nuovi.
Siamo in guerra, certo, l'odierna congiuntura economica ha, di fatto, in ogni campo, inasprito le differenze, polarizzato le posizioni, ma l'OLTREcrisi presuppone al contrario le confluenze, le mescolanze, le connessioni generative.
E ancora una volta laddove si cerca di capire "contro" quale livello delle istituzioni il mondo della cultura combatte, lì io mi domando invece "con" chi lottiamo. Si tratta di occupare il limes, scommettere sulla contaminazione, ibridarsi.
Credo, in ultima analisi, che chi intende occuparsi del proprio territorio debba prendersi carico della responsabilità e della fatica di accompagnare la comunità OLTRE la resistenza al cambiamento, OLTRE la sfiducia nelle istituzioni, OLTRE questa guerra tra i noi e i loro, gettando ponti coraggiosi, costruendo ALLEANZE inusitate.
C'è bisogno di un processo di orizzontalità e trasversalità, in cui il pubblico non abdica al suo ruolo ma si degerarchizza, lasciando spazio a competenze e identità altre.
Dopo la stagione del “contro”, abbiamo urgentemente bisogno della stagione del “con”.
Per raggiungere questo obiettivo si deve necessariamente passare per un sentimento-chiave, la fiducia, che si nutre di relazioni e, soprattutto, di tempo.
Ritengo, infine, che nuovo patto sociale di collaborazione non possa che partire dalla cultura, in quanto da sempre sforzo di un lavoro di comunità.
 

[1] Viviana Carlet è stata intervistata, con il metodo dell’intervista non strutturata, nella sede operativa di Lago Fest, a Lago, nella mattinata del 5 agosto 2014.
[2] Michela Coan è stata intervistata, con il metodo dell’intervista non strutturata, nel suo ufficio, presso il Municipio di Revine Lago, nel pomeriggio del 5 agosto 2014.
[3] http://www.che-fare.com/cos-e/ (ultima consultazione: ottobre 2014)
[4] La prima edizione di “CheFare” è iniziata il 24 settembre 2012; la seconda edizione si concluderà il 20 dicembre 2014 con il termine del monitoraggio della realizzazione del progetto vincitore.
[5] http://www.progetto-rena.it (ultima consultazione: ottobre 2014)
[6] http://artlab.fitzcarraldo.it (ultima consultazione: ottobre 2014)
[7] http://www.fattidicultura.it (ultima consultazione: ottobre 2014)
[8] http://www.nuovepratiche.it (ultima consultazione: ottobre 2014)
[9] http://www.culturaimpresafestival.it (ultima consultazione: ottobre 2014)
[10] Gli stralci di conversazione riportati sono stati raccolti durante i workshop “Oltre il contributo. Nuove forme di sussidiarietà in ambito culturale” e “Spazi mutati, spazi mutanti” tenutisi rispettivamente il 25 e il 26 settembre 2014 a Lecce, nell’ambito di ArtLab14.
[11] Il workshop “Fare spazio alla cultura. Nuove sintonie tra pubblico e privato per abitare, rigenerare e gestire gli spazi della cultura”, tenutosi il 24 e il 25 ottobre 2014 a Faenza, nell’ambito di Cultura Impresa Festival.
[14] Mi riferisco, in particolare, al progetto “Co-Mantova”, promosso dal Tavolo della Cooperazione istituito presso la Camera di Commercio di Mantova, in collaborazione con Provincia e Comune, e coordinato da Labsus.
[16] Ibidem, p.5.